RITIRO ON LINE - agosto 2020













Venero la Parola di Dio, l’Icona ed il Crocifisso. Traccio sulla mia persona il Segno della mia fede, il Segno della Croce, mi metto alla presenza del Signore che vuole parlarmi.



O Dio, faccio fatica

ad ammetterlo,

ma spesso mi sento

piccolo e fragile. 

Signore, salvami!

Con la tua mano sorreggimi

e sarò davvero in pace!

 (50 salmi “giovani”)



Veni, Sancte Spiritus, Veni, per Mariam.


 

=============================================================

 

L’INCONTRO CON “L’UOMO DEI DOLORI”

 

La lectio di oggi prende spunto dall’episodio evangelico del “GIUDIZIO”, aiutati da una riflessione del giornalista P.G. Liverani.

 Buona meditazione e buona preghiera.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LECTIO Apro la Parola di Dio e leggo in piedi i brani che mi vengono proposti. (MT 25,31-46)

 

31Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà

 

sul trono della sua gloria. 32Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli

 

separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, 33e porrà le

 

pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. 34Allora il re dirà a quelli che saranno

 

alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno

 

preparato per voi fin dalla creazione del mondo, 35perché ho avuto fame e mi avete

 

dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete

 

accolto, 36nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete

 

venuti a trovarmi”. 37Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo

 

visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere?

 

38Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo

 

vestito? 39Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a

 

visitarti?”. 40E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a

 

uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. 41Poi dirà anche a

 

quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno,

 

preparato per il diavolo e per i suoi angeli, 42perché ho avuto fame e non mi avete

 

dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, 43ero straniero e non

 

mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete

 

visitato”. 44Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto

 

affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo

 

servito?”. 45Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non

 

avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. 46E se ne

 

andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna». 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

MEDITATIO   Seduto, rileggo la Parola per più volte, lentamente. Anche la lettura della Parola di Dio è preghiera. Siamo entrati in quella zona più sacra e più lunga del nostro Ritiro On Line: il grande silenzio !  Il protagonista è lo Spirito Santo.

 Il modo migliore per assaporare un brano delle Scritture è accoglierlo in noi come un cibo nutriente per il nostro spirito, è avere la certezza che sia Dio a volerci parlare per farci entrare nelle dimensioni del suo disegno di amore e di salvezza. Se ascoltiamo attentamente la Parola potremo entrare in un rapporto vivo con il Padre, per lasciarci plasmare dal suo stesso "cuore".

 

"RICERCATI DALL’ETERNITA’ "

Il Cristo che si offre a noi sotto le apparenze del  pane, è lo stesso Cristo che si nasconde sotto l'aspetto sofferente del povero

 

 

Questo presentato oggi  è uno dei  brani evangelici più noti e fa veni re alla mente un altro racconto "evangelico", questa volta di Santa Madre Teresa di Calcutta, ricordato in tutte le sue moltissime biografie:

Una volta ho raccolto  un  uomo dalla strada. Il suo corpo era pieno di vermi. L’ho  portato  nella  nostra casa e che cosa ha detto? Non ha imprecato, non ha inveito contro qualcuno. Ha solo detto: "Ho vissuto come un animale nelle strade, ma adesso morirò come un angelo, amato, curato". Ci   vollero  tre  ore  per  pulirlo.  Dal  suo corpo  malato emanava un odore nauseante. Alla fine egli aveva guardato la suora e aveva detto: "Sorella, vado a casa da Dio", ed è morto.

Non ho mai visto su un volto umano un sorriso così radioso come quello che vidi sul viso di quell' uomo. Egli è andato alla casa di Dio. Vedete che cosa può fare l'amore! È possibile che la giovane suora non se ne rendesse conto in quel momento, ma aveva toccato il corpo  di  Cristo.  Gesù  lo  aveva  detto: "Ogni volta che farete ciò per l' ultimo dei miei fratelli, lo avrete fatto a me"».

Un'altra volta, a Bombay, alcune suore avevano raccolto un uomo sulla strada e lo avevano portato a casa, un grande locale regalato a Madre Teresa da una ditta inglese e trasformato in una casa per moribondi. Cresciute alla scuola della Madre, se n'erano preso cura con amore, lo avevano trattato con dignità. Tutta la sua schiena era senza pelle e la sua carne era tutta consumata. Dopo averlo lavato, l'avevano messo a letto. Madre Teresa racconta: «Una sorella mi disse che non aveva mai visto tanta gioia espressa su un volto. Chiesi poi alla sorella: "Che cosa hai provato quando hai tolto tutta quella sporcizia dal suo corpo? Che cosa hai sentito?". Lei mi guardò e mi disse: " Non avevo mai sentito come allora la presenza di Cristo. Non avevo mai creduto come allora la parola di Gesù che dice: Ero malato e l'avete fatto a me. Era presente e lo potevo guardare in faccia"» .

 

L’UOMO DEI DOLORI

La convinzione di Madre Teresa era  che  la sofferenza, di qualunque  tipo essa fosse,  rende  l'uomo  che  ne è investito immagine e somiglianza di Cristo,  l’«Uomo dei dolori », come lo chiamò Isaia (53,3) molti secoli prima che il Figlio di Dio  s'incarnasse e  patisse  sulla croce. Questa era un'idea che Madre Teresa esplicitava ogni volta che poteva, senza tema di incomprensione o di contestazione, consapevole soltanto della forza della verità e dell'amore di Dio per le sue creature. Questa somiglianza, che rinnova quella descritta all'inizio dell'Antico Testamento, rivela tutta la grandezza della dignità dell'uomo, che non può essere ignorata. «Cristo – dice il Concilio - svela anche pienamente l'uomo  all'uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione» (GS 22).

Indubbiamente Gesù non era un povero nelle condizioni dei derelitti delle strade di Calcutta, tuttavia il racconto della sua nascita ne descrive una povertà autentica, sia pure momentanea, dovuta a coloro - "i suoi" - che non l'accolsero e lo rifiutarono: «Non c'era posto per lui nella locanda». Insomma, se la somiglianza del prototipo umano a Dio, di cui parla la Genesi  (1,27), è opera diretta del Padre, la somiglianza del malato, del morente, del povero, del bambino sfruttato o abusato, al Figlio  - non sembri assurdo o blasfemo: anche Cristo «Dio lo trattò da peccato in nostro favore» (2Cor 5,21) - è opera del peccato, inteso come causa dell'ingresso  della sofferenza e della povertà nella vita del mondo e dell'uomo.

 

GESU’ PANE

Alla prima considerazione, però, Madre Teresa ne aggiungeva un'altra di tipo "eucaristico". In una conversazione  disse: «Il Cristo che si offre a noi sotto le apparenze del  pane e il Cristo che si nasconde sotto l'aspetto sofferente del povero, è lo stesso Gesù». E alle sue giovani  postulanti e novizie Madre Teresa diceva: «Avete visto, durante la Messa, con quanta attenzione il sacerdote tocca il Corpo di Cristo divenuto pane di vita? Fate altrettanto con i poveri».

Madre Teresa aveva dovuto faticare non poco per ottenere, a Calcutta, l'uso di un grande locale annesso al tempio della dea Kalì per trasformarlo in Nirmal Hriday, in "Casa del cuore puro", dove lei e le sue suore accoglievano i derelitti raccolti  per le vie della città, in mezzo alle immondizie: corpi che erano poco più di resti umani in sfacelo.  Quella che un tempo era peggio che "carne da macello", perché suscitava soltanto ribrezzo e  nausea,  ora era la carne stessa di  Cristo, il volto stesso di  Gesù, il corpo del Salvatore alla soglia, finalmente, della risurrezione.

«Gesù sofferente - questa è una delle preghiere più note di Madre Teresa - fa' che ogni giorno possa vedere te nella persona dei malati e che possa servirti prendendomi cura di loro. Fa' che io ti riconosca nella ripugnante maschera dell'ira, del crimine o della follia e possa dire: "Gesù mio sofferente, com'è immensamente bello servirti!". Caro malato, quanto mi sei  diletto, perché tu sei l'immagine del Cristo; è un onore per me potermi occupare di te!».

Pochi sono stati così "fortunati" da saper trasformare in oggetto di venerazione esseri che non suscitavano repulsione. E pochi, credo, hanno mai saputo narrare con tanta veridicità ed efficacia la gioia dell'incontro del cristiano con Cristo sotto le spoglie del povero, del malato, dell' abbandonato, del moribondo. Eppure questi incontri sono la stessa cosa dell'incontro con l'Eucaristia.

 

BACIARE IL LEBBROSO

E  allora  non  è  forse anche  questa  un'esperienza di eternità? Se io tocco con la mia mano quella di un povero - ma bisogna saperlo vedere con un amore che non è frequente, anche se proprio questo è l'amore di cui parla il vangelo - tocco la mano stessa di Gesù.

Quando baciava un lebbroso, Francesco d’Assisi  sapeva di baciare Gesù. Quella mano con cui tracciamo alla meglio in segno della croce sul nostro corpo, difficilmente toccherà  il corpo di Gesù dolente. Per diventare Cristo nelle nostre mani, non serve solo l'umanitarismo, non sono sufficienti  la pietà, la commozione, la solidarietà. Possono diventare ostacoli la gratificazione e la buona coscienza di fare del bene. Potremmo scivolare nella semplice ricerca della nostra soddisfazione, dimenticandoci il Gesù povero, solo, malato, abbandonato, sofferente, morente, lebbroso.

Quel corpo dev'essere amato di quell'amore grande di cui parlava Teresa di Calcutta: «Siamo stati creati per cose grandi: per amare e per essere amati».

C'è un'eternirà che ci viene quotidianamente offerta, anche se con la visibile discrezione di Dio. Ci viene offerta nella preghiera, quando ci mettiamo in ascolto e in dialogo con Dio; nell'Eucaristia, quando - letteralmente  -  tocchiamo con mano e mangiamo il corpo di Cristo; nella parola di Dio, che parla direttamente a ciascuno di noi; nell'adorazione eucaristica, quando Cristo peregrinante, predicante, torturato, ucciso, sepolto, risorto ci si mostra per guardarci negli occhi e per farsi guardare come il contadino del santo Curato d'Ars.

Gesù ci viene davanti nell'incontro con il povero e il malato, con il solo, l'abbandonato, il senza-casa, il senza-patria, il lebbroso, il paria, l'aborrito. Ci viene davanti quando «due o tre sono riuniti nel mio nome, perché io sono in mezzo a loro». Vi siamo immersi giorno e notte come membra del corpo mistico di Cristo, vale a dire della Chiesa: membra, dunque, di un Corpo eterno.

 

VITA E FEDE

C'è chi teme che questa diuturna permanenza dell'eternità presso di noi ci costringa a collocarci nelle condizioni di vita dei mistici, degli asceti, dei religiosi contemplativi. Timori a parte, tutto  quello  che  abbiamo detto non costituisce  mistica    ascetica. 

Non ci dobbiamo spaventare: iI vero cristiano, infatti, deve considerarsi un contemplativo anche quando, da laico, vive nel mondo in mezzo a tutti i problemi e i drammi della sua condizione quotidiana di vita: «Contemplativi itineranti».

 

MISTICA  E SANTITA’

Il Catechismo della Chiesa Cattolica  al n. 2014 afferma che la mistica è «il progresso spirituale [che] tende all'unione sempre più intima con Cristo» per partecipare al suo «mistero mediante i sacramenti e, in lui, al mistero della Santissima Trinità. Dio ci chiama tutti a questa intima  unione con lui, anche se soltanto ad alcuni sono concesse grazie speciali o segni straordinari di questa vita mistica».

La mistica, insomma, equivale alla santità, di cui ci spaventiamo sempre troppo. E quella che si potrebbe chiamare l' universale vocazione o chiamata alla mistica altro non è che l'«universale vocazione alla santità» della quale parla il Concilio, vale a dire la dimensione realistica della santità cristiana: quella della quotidianità, della ferialità , della normalità della vita.

Ovvero la santità di tutti i giorni, quella delle cose normali, della non straordinarietà. La santità, cioè la normalità del vivere ogni giorno, da cristiano e senza fughe, la realtà del mondo e della Chiesa, del "qui" e dell’ “ora", come se fossero un perenne kairos (momento di grazia, secondo san Paolo), che non prevede necessariamente la prospettiva né la ricerca degli eroismi e dei risultati, ma è disponibile agli uni e agli altri. La santità della consapevolezza che il vero eroismo del cristiano è quello della continuità, del non cedere né arretrare, del dire sempre sì (che è più difficile del dire no) ogni giorno e tutti i giorni.

 

L’ETERNITA’, TUTTI I GIORNI

L'eternità non solamente ci viene messa accanto, letteralmente a portata di mano, anche se a  noi  sembra di  doverla  cercare, ma è essa che ci cerca, c'insegue, ci accarezza e ci seduce. È Dio stesso che lo dice, per bocca  del  profeta Isaia: «Io sono il Signore tuo Dio, che ti inseguo  per il tuo bene» (48,17).

Possiamo dire che l'eternità, se noi ci crediamo davvero - questo accadeva a Francesco d'Assisi quando parlava di "perfetta letizia'' e a Teresa di Calcutta anche mentre viveva per decenni il deserto dello spirito e il silenzio di Dio - può riempire tutti i giorni, quelli gioiosi e quelli dolorosi, della nostra vita.

Che diventano così tutti i giorni dell'eternità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ORATIO Domando umilmente di poter essere coerente con le indicazioni emerse dalla meditatio. Esprimo fede, speranza, amore. La preghiera si estende e diventa preghiera per i propri amici, per la propria comunità, per la Chiesa, per tutti gli uomini. La preghiera si può anche fare ruminando alcune frasi del brano ripetendo per più volte la frase/i che mi hanno fatto meditare.

 

Noblesse oblige.

La nobiltà obbliga….

Ti prego, mio Dio.

Aiutami a ricordare

la mia nobiltà.

A riscoprirla!

Perché non c’è nobiltà maggiore.

Dell’essere figlio di Dio!

E come tale.

Che anche io senta.

Gli obblighi di tale nobiltà.

Obblighi di amore.

Obblighi che spingono

verso gli altri.

Perché tutto in noi.

Va verso l’esterno…

Donami un’anima nobile.

Capace di coniugare in

forma attiva e passiva.

Tutti i verbi dell’esistenza.

 

Coniugazione attiva: con gli altri.

Che io cerchi “Di amare.

Più che di essere amato.

Di consolare,

più che di essere consolato”.

 

Coniugazione passiva: con Dio.

Essere da lui amati e consolati.

Perché è lui che ama e consola.

Ogni suo figlio….

 

(“Spunti quotidiani in cerca d’Autore” - Stefania Perna)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CONTEMPLATIO     Avverto il bisogno di guardare solo a Gesù, di lasciarmi raggiungere dal suo mistero, di riposare in lui, di accogliere il suo amore per noi. È l’intuizione del regno di Dio dentro di me, la certezza di aver toccato Gesù.  È Gesù che ci precede, ci accompagna, ci è vicino, Gesù solo! Contempliamo in silenzio questo mistero: Dio si fa vicino ad ogni uomo!

 

Per Cristo, con Cristo e in Cristo a te, Dio Padre Onnipotente,  

nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli.  Amen

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ACTIO     Mi impegno a vivere un versetto di questi brani, quello che mi ha colpito di più.

Si compie concretamente un’azione che cambia il cuore e converte la vita. Ciò che si è meditato diventa ora vita!  Prego con la Liturgia delle Ore, l’ora canonica del giorno adatta al momento.

Concludo il momento di lectio recitando con calma la preghiera insegnataci da Gesù: Padre Nostro...

Arrivederci!           

 

 

(tratto da una riflessione del giornalista P.G. Liverani)


=============================================================