RITIRO ON LINE                                                                                                   
febbraio 2020

                                                                                                                                                                                                                                                

 

Venero la Parola di Dio, l’Icona ed il Crocifisso.   Traccio sulla mia persona il Segno della mia fede, il Segno della Croce, mi metto alla presenza del Signore che vuole parlarmi. 

 

Cerco la tua presenza

desidero stare con te

vivere il tuo profumo

ascoltare la tua voce.

(Luca Rubin)


Veni, Sancte Spiritus, Veni, per Mariam.

 

 

 

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L’ASCOLTO CHE CONVERTE LO SGUARDO

 

La lectio di oggi è tratta da una meditazione che don Bartolo Puca, docente presso la Pontificia Facoltà Teologica dell'Italia Meridionale, ha proposto ad un Incontro Nazionale dei Centri di Ascolto.

Buona meditazione e buona preghiera.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LECTIO Apro la Parola di Dio e leggo in piedi i brani che mi vengono proposti. (Esodo 32 – Matteo 15 - 1 Samuele 1)

 

(Es 32,1. 7-11. 12.13.14)

 1Il popolo, vedendo che Mosè tardava a scendere dal monte, fece ressa intorno ad Aronne e gli disse: «Fa' per noi un dio che cammini alla nostra testa, perché a Mosè, quell'uomo che ci ha fatto uscire dalla terra d'Egitto, non sappiamo che cosa sia accaduto». […] 7Allora il Signore disse a Mosè: «Va', scendi, perché il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d'Egitto, si è pervertito. 8Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicato! Si sono fatti un vitello di metallo fuso, poi gli si sono prostrati dinanzi, gli hanno offerto sacrifici e hanno detto: «Ecco il tuo Dio, Israele, colui che ti ha fatto uscire dalla terra d'Egitto»». 9Il Signore disse inoltre a Mosè: «Ho osservato (ascoltato) questo popolo: ecco, è un popolo dalla dura cervice. 10Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori. Di te invece farò una grande nazione». 11Mosè allora supplicò il Signore, suo Dio, e disse: «Perché, Signore, si accenderà la tua ira contro il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d'Egitto con grande forza e con mano potente? 12Perché dovranno dire gli Egiziani: […] 13Ricòrdati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, […] .

14Il Signore (ascoltò) e si pentì del male che aveva minacciato di fare al suo popolo.

 

 

(Mt 15,21-28)

21Partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidone.22Ed ecco, una donna cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». 23Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». 24Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d'Israele». 25Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». 26Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». 27«È vero, Signore - disse la donna -, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». 28Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell'istante sua figlia fu guarita.

 

(1Sam 1,4-20)

 

4Un giorno Elkanàh offrì un sacrificio; egli distribuì a sua moglie Peninnà e a tutti i suoi figli e figlie le loro parti; 5invece ad Anna dette una parte doppia, perché amava Anna, ma il Signore aveva chiuso il suo grembo. 6La sua rivale la provocava continuamente per umiliarla, perché il Signore aveva chiuso il suo grembo. 7Così succedeva di anno in anno; tutte le volte che saliva alla casa del Signore, così ella la provocava; perciò Anna si mise a piangere e non mangiava più. 8Allora suo marito Elkanàh le disse: “Anna, perché piangi? Perché non mangi? Perché è triste il tuo cuore? Non sono io per te meglio di dieci figli?”. 9Anna si alzò, dopo che ebbero mangiato a Silo e bevuto. Ora il sacerdote Eli stava seduto sul sedile accanto a uno stipite del tempio del Signore. 10Quella, nell’amarezza della sua anima, pregava il Signore piangendo a dirotto. 11Poi fece un voto, dicendo: “Signore degli eserciti, se davvero guarderai all’afflizione della tua serva, se ti ricorderai di me e non dimenticherai la tua serva, ma donerai alla tua serva un figlio maschio, io lo donerò al Signore per tutti i giorni della sua vita, e il rasoio non passerà sulla sua testa". 12Mentre essa prolungava la sua preghiera davanti al Signore, Eli stava osservando la sua bocca. 13Anna stava parlando in cuor suo, soltanto le sue labbra si muovevano, ma la sua voce non si udiva; per questo Eli pensava che fosse ubriaca. 14Così Eli le disse: “Fino a quando sarai ubriaca? Smaltisci il tuo vino!". 15Ma Anna rispose e disse: “No signor mio, sono una donna oppressa di spirito io, e non ho bevuto né vino né bevanda inebriante, ma stavo effondendo la mia anima davanti al Signore è l’eccesso del mio dolore e della mia afflizione che mi ha fatto parlare finora" 16Non considerare la tua schiava una donna perversa, poiché finora mi ha fatto parlare l’eccesso del mio dolore e della mia angoscia».  17Allora Eli le rispose: “Va’ in pace, e il Dio di Israele ti doni ciò che gli hai chiesto”. 18Ella disse: “Possa la tua serva trovare grazia ai tuoi occhi”. Così la donna se ne andò per la sua strada, mangiò e il suo volto non fu più come prima. 19Essi si alzarono al mattino presto e si prostrarono davanti al Signore; poi si volsero sui loro passi e giunsero a casa loro a Rama. Elkanàh conobbe Anna sua moglie e il Signore si ricordò di lei. 20 A suo tempo, Anna concepì e partorì un figlio a cui pose nome Samuele, dicendo: “Perché l'ho chiesto al Signore".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

MEDITATIO   Seduto, rileggo la Parola per più volte, lentamente. Anche la lettura della Parola di Dio è preghiera. Siamo entrati in quella zona più sacra e più lunga del nostro Ritiro On Line: il grande silenzio !  Il protagonista è lo Spirito Santo.

 Il modo migliore per assaporare un brano delle Scritture è accoglierlo in noi come un cibo nutriente per il nostro spirito, è avere la certezza che sia Dio a volerci parlare per farci entrare nelle dimensioni del suo disegno di amore e di salvezza. Se ascoltiamo attentamente la Parola potremo entrare in un rapporto vivo con il Padre, per lasciarci plasmare dal suo stesso "cuore".

 

Premessa

L’uomo, creato secondo la rivelazione biblica a immagine e somiglianza di Dio (Gn 1,26-27) è fondamentalmente “un’essere per l’altro”, che si compie nell’incontro con l’alterità; non a caso nel secondo racconto delle origini è contenuta l’affermazione divina: «Non è bene che l’uomo sia solo, gli voglio fare un aiuto che gli sia di fronte» (Gn 2,18). Il «Non è bene» dipende dalla considerazione che l’uomo rimane incompiuto, se chiuso in se stesso.

Ogni volta che si incontra qualcuno, sfiorandolo con lo sguardo, accogliendolo con l’ascolto empatico e mettendosi al suo servizio, ci viene consegnata una domanda, un appello cui non ci si può sottrarre. La stessa presenza dell’altro ci interpella, sempre. Ancor di più in quelle relazioni definite di aiuto, poiché siamo chiamati a divenire alterità che riconsegna alla vita, che aiuta a camminare sulle proprie gambe. Possiamo dire che la qualità delle relazioni, e specialmente delle relazioni di aiuto, si misura attraverso la qualità dell’ascolto. Dal come ascolto, dal quanto ascolto e dalle conseguenze che questo esercizio ha su di noi e su chi incontriamo.

 

Alla scuola della parola vogliamo meditare su esperienze di ascolto positivo e smascherare le tentazioni che si possono insinuare in chi è chiamato a rendere il grande servizio dell’ascoltare per rimettere in piedi.

 

Un’esperienza che parte da lontano: Dio per primo si converte ascoltando.

Dal libro dell’esodo (Es 32,1. 7-11. 12.13.14)

1Il popolo, vedendo che Mosè tardava a scendere dal monte, fece ressa intorno ad Aronne e gli disse: «Fa' per noi un dio che cammini alla nostra testa, perché a Mosè, quell'uomo che ci ha fatto uscire dalla terra d'Egitto, non sappiamo che cosa sia accaduto». […] 7Allora il Signore disse a Mosè: «Va', scendi, perché il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d'Egitto, si è pervertito. 8Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicato! Si sono fatti un vitello di metallo fuso, poi gli si sono prostrati dinanzi, gli hanno offerto sacrifici e hanno detto: «Ecco il tuo Dio, Israele, colui che ti ha fatto uscire dalla terra d'Egitto»». 9Il Signore disse inoltre a Mosè: «Ho osservato (ascoltato) questo popolo: ecco, è un popolo dalla dura cervice. 10Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori. Di te invece farò una grande nazione». 11Mosè allora supplicò il Signore, suo Dio, e disse: «Perché, Signore, si accenderà la tua ira contro il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d'Egitto con grande forza e con mano potente? 12Perché dovranno dire gli Egiziani: […] 13Ricòrdati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, […]

14Il Signore (ascoltò) e si pentì del male che aveva minacciato di fare al suo popolo.

 

L’ascolto empatico di Dio, offerto alla preghiera di Mosè, lo converte interiormente dal proposito di colpire il popolo infedele. L’ascolto di Dio è un ascolto che cambia i suoi progetti, le sue intenzioni a partire dalla reale situazione di chi ha di fronte e dal ricordo del progetto originario: essere sempre e comunque Dio per il popolo, per la sua salvezza e il suo bene.

 

 

E il Figlio è uguale al Padre: si lascia convertire dall’ascolto empatico

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 15,21-28)

 21Partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidone.22Ed ecco, una donna cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». 23Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». 24Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d'Israele».25Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». 26Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». 27«È vero, Signore - disse la donna -, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». 28Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell'istante sua figlia fu guarita.

 

Il brano mette in luce la fatica ad ascoltare. L’ascolto vero costa, mette in gioco, chiama ad uscire da e compromettersi con l’altro. Gesù dapprima fatica ad ascoltare perché è preoccupato di portare avanti il suo progetto Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d'Israele»).

 

Crede di fare ciò che è giusto… ma si lascia interrogare per l’insistenza dei suoi e della donna e si lascia mettere in crisi. Alla fine si ferma, e agisce coinvolgendo la donna nella sua azione.

Accettiamo la consapevolezza che ascoltare stanca, scomoda talvolta perché chiede un cambiamento di prospettiva, in ogni relazione che siamo chiamati a vivere.

 

Dal non ascolto all’ascolto attivo per costruire insieme il futuro: una storia biblica

Dal primo libro di Samuele (1Sam 1,4-20)

 4Un giorno Elkanàh offrì un sacrificio; egli distribuì a sua moglie Peninnà e a tutti i suoi figli e figlie le loro parti; 5invece ad Anna dette una parte doppia, perché amava Anna, ma il Signore aveva chiuso il suo grembo. 6La sua rivale la provocava continuamente per umiliarla, perché il Signore aveva chiuso il suo grembo. 7Così succedeva di anno in anno; tutte le volte che saliva alla casa del Signore, così ella la provocava; perciò Anna si mise a piangere e non mangiava più. 8Allora suo marito Elkanàh le disse: “Anna, perché piangi? Perché non mangi? Perché è triste il tuo cuore? Non sono io per te meglio di dieci figli?”. 9Anna si alzò, dopo che ebbero mangiato a Silo e bevuto. Ora il sacerdote Eli stava seduto sul sedile accanto a uno stipite del tempio del Signore. 10Quella, nell’amarezza della sua anima, pregava il Signore piangendo a dirotto. 11Poi fece un voto, dicendo: “Signore degli eserciti, se davvero guarderai all’afflizione della tua serva, se ti ricorderai di me e non dimenticherai la tua serva, ma donerai alla tua serva un figlio maschio, io lo donerò al Signore per tutti i giorni della sua vita, e il rasoio non passerà sulla sua testa". 12Mentre essa prolungava la sua preghiera davanti al Signore, Eli stava osservando la sua bocca. 13Anna stava parlando in cuor suo, soltanto le sue labbra si muovevano, ma la sua voce non si udiva; per questo Eli pensava che fosse ubriaca. 14Così Eli le disse: “Fino a quando sarai ubriaca? Smaltisci il tuo vino!". 15Ma Anna rispose e disse: “No signor mio, sono una donna oppressa di spirito io, e non ho bevuto né vino né bevanda inebriante, ma stavo effondendo la mia anima davanti al Signore è l’eccesso del mio dolore e della mia afflizione che mi ha fatto parlare finora" 16Non considerare la tua schiava una donna perversa, poiché finora mi ha fatto parlare l’eccesso del mio dolore e della mia angoscia».  17Allora Eli le rispose: “Va’ in pace, e il Dio di Israele ti doni ciò che gli hai chiesto”. 18Ella disse: “Possa la tua serva trovare grazia ai tuoi occhi”. Così la donna se ne andò per la sua strada, mangiò e il suo volto non fu più come prima. 19Essi si alzarono al mattino presto e si prostrarono davanti al Signore; poi si volsero sui loro passi e giunsero a casa loro a Rama. Elkanàh conobbe Anna sua moglie e il Signore si ricordò di lei. 20 A suo tempo, Anna concepì e partorì un figlio a cui pose nome Samuele, dicendo: “Perché l'ho chiesto al Signore".

 

Chiamati a vedere e ad ascoltare l’appello che l’altro ci pone con la sua vita e le sue lacrime, spesso sperimentiamo che il vedere è superficiale e cieco. Nella storia raccontata da 1Sam 1,4-20 si narra che Peninnà, una delle mogli di Elkhanà, sazia di figli, pur vedendo (ascoltando) l’afflizione di Anna, cui Dio aveva chiuso il grembo, invece di incontrarla la umilia e disprezza:

«6la sua rivale la provocava continuamente per umiliarla, perché il signore aveva chiuso il suo grembo.  7Così succedeva di anno in anno; tutte le volte che saliva alla casa del signore, così ella la provocava» (1Sam 1,6-7).

 

In questo testo Peninnà rivela il lato più violento del non vedere e del non ascoltare, quando questi diventano motivo di umiliazione, scherno, oppressione e giudizio dell’altro: «in fondo è colpa tua se stai così» è la frase che molte volte dà il colpo finale a chi si sente sconfitto dalla vita. La sterilità di Anna non è occasione del vedere e dell’ascoltare, ma diventa principio di prevaricazione. E questa provocazione avviene nella casa di Dio, come ci ricorda il testo: “tutte le volte che saliva alla casa del Signore”; il tempio del Signore, invece di essere il luogo dell’ascolto diventa il luogo dell’oppressione.

Quante volte i mezzi di comunicazione e, ahimè, talvolta anche le nostre comunità, si trasformano in luoghi per sdoganare la violenza del non vedere e del non ascoltare.

 

Perché piangi?

Il testo di 1 Samuele ci rivela anche un altro tipo di non ascolto e non incontro, più sottile ma non meno pungente e pericoloso, quello di Elkanàh:

«[…] Anna si mise a piangere e non mangiava più. 8Allora suo marito Elkanàh le disse: “Anna, perché piangi? Perché non mangi? Perché è triste il tuo cuore? Non sono io per te meglio di dieci figli?”». (1Sam 1,8)

 

Di fronte all’appello del pianto di Anna e della sua richiesta di ascolto (così comune anche ai nostri giorni…), il testo ci fa imbattere nella seconda figura del “non ascolto”: Elkanàh. Anche se, al contrario di Peninnà, egli “amava Anna” nella sua sterilità (v.5), questo sentimento di amore non basta per incontrare l’altro nel suo reale bisogno di aiuto e ascolto.

 

«Perché piangi? Perché non mangi? Perché è triste il tuo cuore?». Elkanàh, animato da un sincero desiderio di farsi vicino e incontrare Anna nella sua situazione, la interroga senza, però, lasciare spazio alla sua risposta tra una domanda e un’altra. La donna chiede di essere ascoltata, chiede che il suo pianto e il suo “non mangiare” siano percepiti come una voce; invece, le domande del marito non lasciano spazio a questa voce: egli parla senza prendere fiato e di fatto non crea la possibilità di una risposta (significativamente, le domande sono collocate una dietro l’altra, senza alcuna interruzione).

Quante volte il nostro incontrarci e incontrare incorre in questo non ascolto, e al tentativo di dare soluzioni immediate a problemi complessi, al desiderio di accoglienza e riconoscimento.

Inoltre dicendo «non sono io per te meglio di dieci figli?», non solo Elkanàh non lascia rispondere Anna, ma mette se stesso al centro del discorso e dell’incontro. Nel testo si passa dalla domanda circa la situazione di Anna (“perché tu piangi?”) alla pretesa di essere lui, Elkanàh, risposta: “non sono io per te…?”. Così il centro dell’attenzione non è più la moglie afflitta, ma è lui stesso.

Questa presunzione è espressa con il numero 10 per indicare la perfezione, la totalità: Elkanàh ritiene di poter colmare il vuoto di ogni figlio, di tutti i figli; egli ritiene di poter colmare, da solo, ogni vuoto della moglie.

Fino a quando non mettiamo l’altro al centro non potremo progettare relazioni che rispondano agli appelli che ci vengono posti. Talvolta il mio ascolto, accoglienza e incontro sono falsati alla radice perché non faccio silenzio, parlo e non lascio parlare; perché come Elkanàh, penso già di avere la soluzione pronta, io stesso divento la soluzione (emblematica la frase: “non preoccuparti, ci sono qua io” che tante volte soffoca le parole di chi ci sta di fronte); perché mi metto al centro nella relazione (“non sono forse io”).

L’ascolto, l’accoglienza e l’incontro esigono, invece, che l’altro sia messo al centro.

Solo se metto al centro l’altro diventa possibile ascoltare la voce delle lacrime. Ascoltare non significa immediatamente asciugare lacrime… perché le lacrime hanno voce e questa voce deve essere ascoltata, con pazienza, Dio stesso raccoglie le lacrime nel suo otre (Sal 56,9), e le asciugherà nell’ultimo giorno (Ap 21,4).

Talvolta non è forse più comodo asciugare frettolosamente le lacrime, affinché spariscano, anziché raccoglierle?

 

La solitudine dell’altro

Dopo il pianto e il rifiuto della vita, possiamo osservare un altro frutto del non ascolto: la solitudine dell’altro. Quando pur condividendo la stessa esistenza, mangiando e bevendo insieme, succede che qualcuno si alza da solo. C’è chi non è ascoltato, chi non si sente ascoltato… ed è solo. Stare insieme, condividere sentimenti, oggetti ed esperienze, avere ideali di vita in comune è l’inizio di quell’ascolto anima dell’incontro.

 

Ascolto, osservo, dono: un modello positivo

Dal testo in esame possiamo cogliere il significato nuovo dei verbi che declinano l’incontro che genera vita e fa nascere relazioni di aiuto a servizio degli altri.

«10 [Anna] Quella, nell’amarezza della sua anima, pregava il Signore piangendo a dirotto. 11Poi fece un voto, dicendo: “Signore degli eserciti, se davvero guarderai all’afflizione della tua serva, se ti ricorderai di me e non dimenticherai la tua serva, ma donerai alla tua serva un figlio maschio, io lo donerò al Signore per tutti i giorni della sua vita […]» (1Sam 1,10-11).

La preghiera delle lacrime di Anna, concentra la sua richiesta su alcuni elementi: «se davvero guarderai all’afflizione (povertà)». L’ascoltare da cui nasce l’incontro è prima di tutto osservare, guardare con attenzione. L’ascolto passa anche dall’occhio, dal momento che i gesti possono essere ascoltati se visti; ecco allora che l’occhio è l’organo che consente di vedere la “voce” delle lacrime.

Ancora, Anna afferma «se ti ricorderai di me e non dimenticherai», rivelando che l’ascolto che incontra l’altro è ricordare: questo significa, innanzi tutto, che non si tratta di un’azione istantanea; ascoltare indica piuttosto una relazione di custodia accurata (il testo non solo dice “ricorderai”, ma lo ribadisce attraverso il suo contrario “non dimenticherai”). Nella Scrittura, l’organo tipico del ricordo è il cuore: “ricordare” è detto anche, con una locuzione sinonimica, “mettere/porre sul cuore” (Is 47,7; 57,11; 65,17; Ger 3,16).

Quindi “se ti ricorderai di me” potremmo esprimerlo ugualmente con “se mi porrai sul tuo cuore”; questo è ascoltare. L’ascolto allora diventa una questione di cuore, mettere l’altro nel proprio cuore ed entrare nel suo cuore, cioè lasciarsi interiormente toccare, per poter “concepire” una risposta autentica e fraterna («13Anna stava parlando IN CUOR SUO, soltanto le sue labbra si muovevano, ma la sua voce non si udiva» [1Sam 1,13]).

 

Le nostre comunità, che non sono semplicemente ong sociali, sono chiamate ad essere “carità di Dio tradotta in comunione fraterna”. Se chi riceve accoglienza dalle nostre comunità non nota una qualità diversa dell’incontro, allora non abbiamo ancora  realizzato pienamente la nostra vocazione.

 

La richiesta e il dono

Il testo conclude con la richiesta «donerai alla tua serva un figlio maschio».

Ascoltare è donare: il ricordare è un movimento del cuore che si traduce in una prassi concreta. Quando il Signore si ricorda, interviene con un’azione specifica come ad esempio in Gn 19,29: “Dio si ricordò di Abramo e fece fuggire Lot” o in Es 2,24 dove al ricordo del Signore (“si ricordò della sua alleanza con Abramo, Isacco e Giacobbe”) è legato il suo intervento di liberazione del suo popolo dall’Egitto.

Analogamente, l’ascolto in questo testo biblico si concretizza nel dono, e non in un dono qualunque: piuttosto, nel dono di un figlio. In altre parole, l’ascolto porta il dono della vita dentro il luogo della morte, dentro il grembo chiuso.

 

Mettiamo tutto insieme

Questo brano mette in primo piano la potenza dell’ascolto in quell’esperienza meravigliosa e feconda che è l’incontro… Ascolto come dono del compimento, termine di una ricerca. Ascoltare dona la vita, trasmettendola attraverso gesti particolari, di cui l’ascolto è il primo. La relazione autentica di aiuto è quella relazione che restituisce l’altro alla sua dignità di uomo, nonostante le sue povertà e ferite. È quella relazione che riconsegna l’altro alla sua “generatività”.

La conseguenza dell’ascolto porterà Anna a concepire vita. Quando si accoglie e incontra veramente l’altro, ascoltando il suo grido, si restituisce l’altro alla vita, anche laddove spesso rimangono incancrenite talune situazioni. Perché l’ascolto empatico, quello che ti fa mettere l’altro nel tuo cuore e te nel suo, senza rimanerne invischiato, può guarire le ferite profonde della solitudine, della povertà e dell’abbandono che spesso il disagio genera.

I verbi dell’incontro, che apre all’aiuto, sono generativi. Il vedere dell’uomo attraverso l’ascolto, diventa riflesso del vedere di Dio, crea cioè un contatto profondo con chi si ha di fronte, coglie il suo dolore e il suo bisogno e mette in atto una risposta concreta. La prima cosa però è sentire compassione.

Ecco il nuovo modo di ascolto credente: non un ascoltare superficiale, da osservatore curioso, ma un ascoltare che muove dentro, che compromette.

È l’esperienza di madre Teresa nell’incontro con il primo morente lebbroso nella spazzatura; di don Benzi con la prima prostituta, di Padre Massimo con i primi bambini rumeni che dormivano nei rifiuti.

È un ascoltare/vedere che ti tocca, ti da un pugno allo stomaco, e che non ti consente di voltarti dall’altra parte o passare oltre, al lato opposto. È il vedere e l’ascoltare di Dio, che sente e prende su di sé il dolore dell’altro.

Questo ascolto/vedere che tocca e muove le viscere, genera una risposta, a partire dai mezzi che si possiedono, apre a cercare insieme con le persone che chiedono aiuto percorsi di rinascita.

Questo incontrare non è puntuale, occasionale, circostanziato, ma è un incontro che genera una cura, un farsi carico dell’altro.

Che bella provocazione al nostro essere chiamati in causa a farci carico, accompagnare e prenderci cura. Ogni relazione, soprattutto quella di aiuto, necessita di un tempo affinché maturino processi di crescita e autonomia.

Dobbiamo ripartire da questa qualità dell’incontro per provare a instaurare relazioni di aiuto che siano capaci di restituire, o almeno tentano di farlo, i malcapitati alla vita, alla dignità, alla consapevolezza di sé.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ORATIO Domando umilmente di poter essere coerente con le indicazioni emerse dalla meditatio. Esprimo fede, speranza, amore. La preghiera si estende e diventa preghiera per i propri amici, per la propria comunità, per la Chiesa, per tutti gli uomini. La preghiera si può anche fare ruminando alcune frasi del brano ripetendo per più volte la frase/i che mi hanno fatto meditare.

 

Vorrei pregare

per tutti coloro

che mi aiutano:

io non aiuto mai nessuno.

 

Vorrei pregare

per tutti coloro

che mi ascoltano:

io non ascolto mai nessuno.

 

Soprattutto, Signore,

vorrei pregare

 

per coloro che mi amano:

io amo solo me stesso.

……

 

Per questo, ancora una volta,

ti prego per me:

cambia il mio cuore,

cambia la mia anima,

cambia tutto me stesso.

(da "Un minuto per Dio)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CONTEMPLATIO     Avverto il bisogno di guardare solo a Gesù, di lasciarmi raggiungere dal suo mistero, di riposare in lui, di accogliere il suo amore per noi. È l’intuizione del regno di Dio dentro di me, la certezza di aver toccato Gesù.  È Gesù che ci precede, ci accompagna, ci è vicino, Gesù solo! Contempliamo in silenzio questo mistero: Dio si fa vicino ad ogni uomo!

 

Per Cristo, con Cristo e in Cristo a te, Dio Padre Onnipotente,  

nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli.  Amen

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ACTIO     Mi impegno a vivere un versetto di questi brani, quello che mi ha colpito di più.

Si compie concretamente un’azione che cambia il cuore e converte la vita. Ciò che si è meditato diventa ora vita!  Prego con la Liturgia delle Ore, l’ora canonica del giorno adatta al momento.

Concludo il momento di lectio recitando con calma la preghiera insegnataci da Gesù: Padre Nostro...

Arrivederci!  

 

(tratto da una lectio di don Bartolo Puca)

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