RITIRO ON LINE - febbraio 2023     










Venero la Parola di Dio, l’Icona ed il Crocifisso. Traccio sulla mia persona il Segno della mia fede, il Segno della Croce, mi metto alla presenza del Signore che vuole parlarmi. 

 

   

(S. Agnese - cappellina - Olginate - Lecco)

Se ci capita di pensare che Dio è troppo bello per essere vero,

è perché in quel momento ci sta rivelando qualcosa di Sé.

(Chiara Bertoglio - Un minuto con Dio)

 Veni, Sancte Spiritus, Veni, per Mariam.

 

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INCONTRI DI GESU’ LUNGO LE STRADE POLVEROSE DELLA PALESTINA

 

In parrocchia recentemente è stata proposta una serie di Lectio incentrata sugli incontri di Gesù con alcuni “personaggi” colti nella concretezza della loro vita quotidiana, narrati nel Vangelo di Luca. Sono dei “ritratti dal vivo”! In questi personaggi si possono riscontrare molti  aspetti presenti anche nella vita di ciascuno di noi, nonostante la distanza temporale.  Sono spazi di concreta umanità ma anche di svelamento della verità.

 

   

 

 

 

 

 

 

 

 

LECTIO Apro la Parola di Dio e leggo in piedi i brani che mi vengono proposti.  Lc 15,11-32

11Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. 12Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. 13Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. 14Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. 16Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. 17Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; 19non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. 20Si alzò e tornò da suo padre.

Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. 21Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. 22Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. 23Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.

25Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; 26chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. 27Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. 28Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. 29Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. 30Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. 31Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; 32ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

MEDITATIO   Seduto, rileggo la Parola per più volte, lentamente. Anche la lettura della Parola di Dio è preghiera. Siamo entrati in quella zona più sacra e più lunga del nostro Ritiro On Line: il grande silenzio! Il protagonista è lo Spirito Santo.

 Il modo migliore per assaporare un brano delle Scritture è accoglierlo in noi come un cibo nutriente per il nostro spirito, è avere la certezza che sia Dio a volerci parlare per farci entrare nelle dimensioni del suo disegno di amore e di salvezza. Se ascoltiamo attentamente la Parola potremo entrare in un rapporto vivo con il Padre, per lasciarci plasmare dal suo stesso "cuore"

 

 GESÙ, I DUE FRATELLI

E IL LORO PADRE

 

 

La parabola rivela particolarmente lo stato nuovo del cristiano quale figlio, un testo che dovrebbe essere la fonte di tutta la vita cristiana.

Non è solo la rivelazione della misericordia di Dio, come normalmente viene intesa, ma è la pagina forse più luminosa della realtà della casa del Padre in cui gli uomini vivono e si sentono figli; è la rivelazione dell’esistere come figli e di conoscere Dio come Padre.

In essa si scopre il rapporto intimo tra gli uni e l’altro per vivere la gioia e la bellezza dei figli che si ritrovano nella casa paterna e condividono l’amore del Padre e la sua ricchezza, nonostante la loro povertà e infedeltà.

 

LE  TRE  PARABOLE

E’ un testo ricchissimo di spunti. Preparata da altre due brevi parabole, quelle della pecorella smarrita e della dracma perduta, dove si evidenzia la festa per il ritrovamento del peccatore convertito, questa del figlio prodigo riprende il tema dell’esultanza e dell’accoglienza del padre per il ritorno del figlio più giovane.

Inoltre essa si protrae nell’analisi dell’atteggiamento di opposizione e di stizza del figlio più anziano nei riguardi del padre.

 

Le tre parabole traggono l’aggancio storico dal comportamento di Gesù verso i peccatori, come mostrano i primi due versetti del capitolo 15: «Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: “Costui accoglie i peccatori e mangia con loro”».

Gli scribi e i farisei non accettano il modo di agire di Cristo e mormorano contro di lui. In tale prospettiva si fa chiara l’interpretazione che vede nel figlio più giovane un rappresentante dei peccatori in cerca di misericordia, mentre nel figlio più grande, in vista del quale viene raccontata la parabola, si spiega l’atteggiamento di coloro che, pur aderendo ai comandi di Dio, come i farisei e gli scribi, di fatto non condividono la sconfinata benevolenza di Dio, anzi ne restano come scandalizzati.

Nel padre si pone in risalto la figura di Dio Padre. Nella situazione concreta in cui la parabola viene collocata, i peccatori non si dirigono immediatamente verso Dio, ma si accostano a Gesù per la sua disponibilità all’ascolto, per trovare in lui comprensione e comunione, come indica molto bene il mangiare insieme. Attraverso Cristo essi trovano la misericordia divina. Ciò significa che in Gesù è presente e si manifesta l’amore del Padre; attraverso di lui tangibilmente e concretamente quell’amore è comunicato agli uomini.

 

Ogni personaggio della parabola possiede una propria configurazione che lo definisce e lo caratterizza in modo personale e distinto.

 

L’ANIMO  FILIALE  DEL  PRODIGO

Il figlio minore si sente veramente figlio e come tale agisce. Per questo chiede con decisione e con forza la sua parte di eredità, poiché il figlio lo può fare, proprio perché è figlio, compartecipe dei beni del padre.

Egli parte dalla casa paterna perché si sente figlio libero e non servo. Il servo o il garzone non si allontana mai dal proprio lavoro e dal padrone, se non per trovare una condizione più favorevole e un altro capo a cui sottomettersi devotamente.

Il figlio più giovane ormai si sente autonomo, vuole percorrere la sua strada di indipendenza e vivere in piena libertà la sua vita, come ogni figlio che raggiunge l’età matura. Non si separa dal padre perché si sente oppresso o schiacciato dall’ambiente familiare. La lontananza dal genitore non necessariamente provoca la perdita di comunione con lui né è causata da una ribellione contro la sua persona.

 

IMMATURO

Nella sua esperienza di autonomia, il figlio disgraziatamente non sa organizzare la vita da uomo libero, si dimostra immaturo; sperpera ogni cosa ricevuta in eredità dal padre, comportandosi in modo da perdere la possibilità di salvezza, e finisce nella miseria; è costretto a vivere non più nel decoro e nella dignità del figlio, ma come garzone, umiliato e asservito, mancante delle più elementari necessità per mantenersi decentemente.

 

IL  MASSIMO  DELL’IGNOMINIA

L’unico lavoro che riesce ad ottenere è quello di pascolare i porci.

Nell’ambiente giudaico non esisteva cosa più vergognosa di pascolare i porci, di stare continuamente a contatto con questi animali impuri. Viene a crearsi una situazione paradossale per il giovane figlio: da una parte desidera, affamato come si trova, nutrirsi del cibo destinato ai porci, dall’altra nessuno si cura di procurarglielo quasi non fosse degno neanche di quel miserabile alimento. Niente di più avvilente sotto tutti i punti di vista: fisico, sociale e morale.

 

COMINCIA  LA  RISALITA

Ma proprio quello stato di estrema miseria e di intima mortificazione costituisce un’occasione di scuotere e risvegliare il suo animo, di ritrovare la sua dimensione filiale che gli suscita un fremito di speranza. Allora si ravvede e si rende conto che è meglio tornare dal padre senza tante pretese, ma almeno per stare presso di lui come salariato. «Allora ritornò in se» coincide con il risentire il calore della casa del padre, dove si vive bene, infatti « anche i salariati hanno pane in abbondanza».

Decide così: « andrò da mio padre » non per sfruttare la bontà paterna, poiché non pretende di essere trattato come figlio, ma è disposto a mettersi a disposizione del genitore per servirlo in modo responsabile come uno dei suoi dipendenti.

Sarà il padre ad accoglierlo non come garzone, ma a trattarlo come figlio. L’amore paterno, come si vedrà, supera di gran lunga le aspettative del giovane. Di fronte al padre egli sinceramente si riconosce infedele, colpito dall’amore del padre offeso dalla sua ingratitudine. Il figlio ne sente tutto il rimorso e il dispiacere e ne soffre profondamente. E’ deciso quindi a confessarsi sinceramente al padre, in tutta verità: «Ho peccato verso il cielo e davanti a te! », senza simulazioni o sottintesi. Non cerca giustificazioni per ridurre la sua colpa, riversandola magari sugli amici o sulle circostanze. É leale e non si vergogna di essere un disgraziato, perché sa che il padre lo comprende. É convinto che il genitore lo accoglierà, nonostante la sua infedeltà e la sua sfacciataggine, poiché il cuore del padre va al di là di ogni cattiveria del figlio.

Il figlio minore perciò vive del sentimento filiale, anche nell’esperienza dell’errore; è toccato profondamente dal suo essere figlio amato dal padre e facente parte della stessa casa.

 

LO  SPIRITO  SERVILE  DEL  MAGGIORE

In contrapposizione all’atteggiamento del minore, il figlio maggiore non si rende conto di essere figlio vero, manifestando una profonda durezza di cuore. Quando nella casa si inizia la festa, egli si trova al lavoro «nei campi». Mentre sta ritornando ed è vicino a casa, egli si arrabbia, «e non voleva entrare», dopo che ha sentito i suoni, e chiede informazioni a un servo. Anche il particolare è significativo: chiama un servo per sapere cosa succede e non affronta direttamente il padre. Questo perché non sente sua la casa paterna, quasi fosse un estraneo timoroso di entrare.

 

CHIEDE  INFORMAZIONI  ALLA  SERVITU’

Rivolgendosi a un servo per sapere ciò che sta succedendo in casa, egli riceve notizie in conformità al cuore e alla mente del servo, il quale sottolinea soprattutto il particolare del vitello grasso ammazzato. Le notizie riportate sono vere, ma incomplete, perché il salariato non riesce a vedere e scoprire l’animo di un padre di fronte al ritorno del figlio. Comprende soltanto il fatto materiale di mangiare un vitello grasso e di sfamarsi a sazietà.

Il figlio anziano poi, rispondendo al genitore, non lo chiama con il nome di padre, come aveva fatto ripetutamente il fratello più giovane. Si rivolge con l’espressione: «Ecco», cioè “vedi”. Espressione piena di freddezza e di distacco. Egli invita il padre a considerare e “vedere” la sua situazione, facendo valere i propri diritti, come se il padre non si accorgesse di lui, non lo “vedesse” e amasse solo l’altro.

 

TI  “SERVO”  DA  ANNI

Afferma poi esplicitamente di essere un servo quando dice: «Ti servo da tanti anni», come uno che lavora, anche assiduamente, per il salario o per la stima del padrone, non già nell’amore di figlio. Da qui la ragione della sua gelosia, sentimento proprio di colui che non ama il fratello e non si sente amato dal padre. In effetti non ha capito niente del cuore di suo padre e della comunione di vita nella famiglia.

«Tutto ciò che è mio, è tuo », gli dice il padre, quasi per invitarlo a non temere né ad agitarsi, ma a sentirsi parte viva della casa, a condividere lo stesso bene, che appartiene ugualmente al genitore e ai figli. Non vede nel proprio lavoro l’opera determinata dall’interesse comune per il bene di tutti, ma un peso impostogli come a uno schiavo. Si è infatti sempre attenuto agli ordini del padre, visti e sopportati come norme esteriori, non come un aspetto essenziale della comunione familiare. Vorrebbe cercare la felicità in piccole ricompense e nelle feste con gli amici, mangiando con essi un capretto. Ma di fatto non gusta neanche di queste cose, per paura di farne richiesta al padre e, forse, di averne una risposta negativa, come se quelle cose non gli appartenessero. Non ha percepito l’intesa col padre come fonte di gioia e di libertà.

D’altra parte egli si ritiene fedele, diversamente dal fratello, che giudica indegno dell’amore e dell’accoglienza paterna. Non condivide minimamente la misericordia del padre, anzi la considera ingiusta o almeno ingenua, addirittura vuole insinuare nell’animo paterno un senso di repulsione per l’altro figlio.

 

VISUALE  LIMITATA

Il maggiore non è un figlio, sebbene stia nella casa del padre e compia scrupolosamente tutti i doveri quotidiani. Non vibra dell’affetto filiale, ne resta fuori, amareggiato e solo. La sua visuale è limitata, vedendo il comportamento paterno solo sul piano dei beni esteriori, poiché ha fatto ammazzare il vitello grasso, mentre a lui non ha dato mai un capretto.

Non riesce a intuire le vibrazioni del cuore del padre. Si nota così una strana compresenza in lui di due impulsi contrastanti: per un aspetto si comporta e vive con sentimenti di servo, per altro pretende di essere considerato come figlio. Però di fatto non prende né i vantaggi del figlio né quelli del servo. Per questa ragione non si degna di entrare in casa per mangiare, in quanto come figlio non condivide la comunione e come servo non approfitta di questa ottima occasione.

 

BRAVI  SERVI, MA  NON  FIGLI

In questo modo Gesù smaschera l’atteggiamento farisaico dei suoi ascoltatori, non solo contemporanei, ma di tutti i tempi. I discepoli, in effetti, possono cadere nel medesimo comportamento del primogenito: essere fedeli e bravi servi, ma non figli aperti all’amore. Pur vivendo continuamente nella casa del Padre, se non ne condividono sinceramente tutte le dimensioni dell’amore, che alle volte rasentano la paradossalità, restano schiavi della paura, chiusi in se stessi, nella gelosia verso gli altri, nelle tensioni e nella insicurezza del cuore.

 

LA  FIGURA  AMOROSA  DEL  PADRE

Meravigliosa e sconvolgente è la persona del padre. La può accogliere solo chi è povero e si lascia amare, altrimenti diventa impossibile. Non sempre l’uomo è in grado di intendere i gesti del padre, il suo intenerirsi, il correre incontro a quello scapestrato, stringerlo al collo e baciarlo. Spesso l’uomo è incapace di accettare quelle braccia spalancate in un gesto smisurato di perdono e di resistere alla tentazione per ridurne l’ampiezza. Da qui l’esigenza di capire come solo quell’amore sconfinato, al di là di ogni misura e di ogni regola, possa portare con sé la forza e la dolcezza di guarire ogni male, di redimere ogni scelleratezza, di ridare vita e felicità.

 

…CON  IL  FIGLIO  MINORE

Nei riguardi del figlio minore, il padre non fa resistenza alla richiesta dell’eredità, ma lo lascia andare senza lamentele, cedendogli la parte dei suoi beni.

Un benpensante si aspetterebbe forse qualche ammonimento, qualche parola per dissuaderlo, anche con la forza dell’autorità paterna; invece, quasi fosse un debole, il padre acconsente subito e asseconda i desideri del figlio. L’amore vero si arrende davanti alla libertà, preferisce non imporsi dal di fuori, ma confidare nella potenza del cuore e rispettare le movenze intime di ciascuno.

Dopo le amare esperienze, quando il figlio ritorna, lo vede da lontano. Il sentimento che prova non è di rancore o di collera, ma di sincera compassione per il figlio, finito in così grande penuria.

Il termine «compassione» è utilizzato da Luca in altri due passi significativi: quando Gesù sente compassione vedendo la vedova di Nain, che porta alla sepoltura il suo unico figlio morto; quando la medesima compassione viene provata dal samaritano di fronte all’uomo incappato nei briganti e lasciato mezzo morto.

Si tratta sempre di un compatimento per situazioni di morte, ma capace di ridonare vita e risurrezione. Anche in questa parabola il figlio «era morto ed è tornato in vita». L’amore e l’accoglienza del padre ridonano vita al giovane che aveva perduto la sua realtá filiale ed era come morto lontano dalla famiglia.

 

AMORE  SMISURATO

Gli corre incontro. Per una persona di una certa dignità è inconcepibile mettersi a correre, ma per il padre, mosso dall’amore, ogni distanza deve essere superata al più presto. Gli si getta al collo e lo bacia, come se nulla fosse accaduto, senza un rimprovero, pur giusto e doveroso, senza un gesto di rammarico o parola dura. É pronto ad ascoltare la confessione della colpa da parte del figlio, senza sospettare se sia sincera o dettata da comodo opportunismo.

Rivela la grandezza smisurata dell’amore che si chiama misericordia, la quale supera ogni reticenza e ingratitudine umana; non guarda alla corrispondenza dell’altro né ai propri interessi, ma ama semplicemente e totalmente, perché quello che conta e che vale è l’amore, non i risultati apparenti o le soddisfazioni personali. Guarda il momento presente, l’evento meraviglioso che si attua: il figlio era come morto, ora è ritornato in vita. E’ tutto proteso ad assaporare la certezza che suo figlio è di nuovo con lui e può di nuovo vivere felice.

 

SUPERIORE  ALLE  ASPETTATIVE  DEL  GIOVANE

Nella contentezza di aver ritrovato il figlio, il padre non gli lascia il tempo di esprimere tutto quello che il giovane aveva pensato di dire. Ascolta le parole che esprimono il sincero riconoscimento della colpa, ma non gli consente di pronunciare l’ultima parte della dichiarazione: «Trattami come uno dei tuoi salariati». Si ha l’impressione che lo voglia bruscamente interrompere, per dar sfogo alla premura di non inserirlo tra la servitù, ma di riprenderlo immediatamente come figlio. Si manifesta un amore superiore alle aspettative del giovane, il quale prevedeva e si accontentava di essere annoverato tra i salariati.

 

NUOVA  CREATURA

Il padre ordina ai servi di rivestirlo. Lo adorna degli abiti nuovi, perché divenga nuova creatura, acquisti nuovamente la fisionomia del figlio e torni a far parte della famiglia. E’ la generosità dell’amore, che rinnova e purifica anche le cose peggiori, trasforma e vivifica anche ciò che è freddo e morto. L’amore vince su tutto e tutto redime.

Infine fa festa nella gioia di chi ama e gode solo nel godere dell’altro e nel vederlo felice. La gioia del figlio è la sua gioia e deve essere la gioia di tutti.

 

FIGLIO!

Il padre dimostra uguale disponibilità anche verso il figlio maggiore da cui viene giudicato e rimproverato. A un modo usuale di pensare sembrano giuste le rimostranze di questo figlio, sempre fedele e ligio ai propri doveri, che tuttavia non conosce il cuore del padre, non ne percepisce i palpiti più sottili, né tantomeno ne condivide lo spirito. Eppure il padre esce a pregarlo con l’umiltà e la pazienza dell’amore, che non condanna, ma fa ogni tentativo.

A lui, che ha parlato del suo dovere di servo, il genitore si rivolge con l’espressione tenera di «figlio», come per ricordargli il suo stato filiale e invitarlo alla confidenza. E aggiunge: «Tu sei sempre con me». Sono parole molto eloquenti per evidenziare la costante unione che intercorre tra padre e figlio, quale valore supremo e insostituibile per vivere nella pace e nell’esultanza. «Tutto ciò che è mio, è tuo», prosegue, per rimarcare la fusione nell’amore che non riserva niente per sé, ma tutto diventa donazione agli altri. Il figlio deve rendersi conto che può disporre di tutto quello che possiede il padre come fosse suo, poiché l’affetto paterno non conosce altro scopo che quello di comunicare tutti i suoi averi al figlio. Poi lo invita a fare festa per il fratello ritrovato, superando ogni pregiudizio, poiché l’amore è aperto e universale.

 

TUO  FRATELLO

Gli fa intendere che non è rientrato soltanto suo figlio, quasi che la festa fosse esclusiva del genitore, ma è ritornato «tuo fratello», precisa giustamente il padre. Ciò significa anzitutto che il maggiore non deve sentirsi servo e quindi escluso dalla festa familiare.

 

Il padre tende a conquistare il cuore di questo figlio e vorrebbe comunicargli il proprio spirito, renderlo partecipe del medesimo amore. Ma non è impresa facile da conseguire. L’uomo è portato a vivere da servo più che da figlio, sebbene ricerchi ansiosamente l’amore e la libertà, con uno strano paradosso: quando il vero amore gli è donato gratuitamente e totalmente, egli tende a chiudersi e a rifiutarlo.

 

ESSERE  FIGLIO

La verità è che solo se l’uomo accoglie la dimensione vera dell’amore ed entra semplicemente in essa, può vivere la realtà cristiana dell’essere figlio di Dio; altrimenti rischia di restarne fuori, portando nel profondo di se stesso l’amarezza di un amore non vissuto, pur se desiderato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ORATIO Domando umilmente di poter essere coerente con le indicazioni emerse dalla meditatio. Esprimo fede, speranza, amore. La preghiera si estende e diventa preghiera per i propri amici, per la propria comunità, per la Chiesa, per tutti gli uomini. La preghiera si può anche fare ruminando alcune frasi del brano ripetendo per più volte la frase/i che mi hanno fatto meditare.

Signore che chiami,

mi coinvolgi nella tua vita,

la vita di Dio che diventa mia,

e ogni istante può colorarsi

di cielo e di infinito.

 

Mi inviti e mi sproni

ad aprire le mani

per poter accogliere

e scaldare altre mani,

altri cuori.

 

Mi chiami, mi chiami,

mi chiami ancora:

tutto è ricamo d’amore,

tutto è dono della vita

perché il mondo creda

e ti incontri finalmente,

Signore e Salvatore.

 

(Luca Rubin – Un minuto con Dio)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CONTEMPLATIO Avverto il bisogno di guardare solo a Gesù, di lasciarmi raggiungere dal suo mistero, di riposare in lui, di accogliere il suo amore per noi. È l’intuizione del regno di Dio dentro di me, la certezza di aver toccato Gesù. È Gesù che ci precede, ci accompagna, ci è vicino, Gesù solo! Contempliamo in silenzio questo mistero: Dio si fa vicino ad ogni uomo!

 

 

Per Cristo, con Cristo e in Cristo a te, Dio Padre Onnipotente, 

nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria per tutti

i secoli dei secoli.  Amen

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ACTIO     Mi impegno a vivere un versetto di questi brani, quello che mi ha colpito di più.   Si compie concretamente un’azione che cambia il cuore e converte la vita. Ciò che si è meditato diventa ora vita!  Prego con la Liturgia delle Ore, l’ora canonica del giorno adatta al momento.

Concludo il momento di lectio recitando con calma la preghiera insegnataci da Gesù: Padre Nostro...

Arrivederci!                                                                    

 

(tratto da Lectio sul Vangelo di Luca proposte in parrocchia)

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