RITIRO ON LINE                                                                                                   
maggio 2017

                                                                                                                                                                                                                                                

 

Venero la Parola di Dio, l’Icona ed il Crocifisso.   Traccio sulla mia persona il Segno della mia fede, il Segno della Croce, mi metto alla presenza del Signore che vuole parlarmi. 

"Il tuo volto, Signore, io cerco,
non nascondermi il tuo volto" (Sal 27)
Anch'io ti rivolgo questa invocazione
e tu mi hai risposto manifestandomi
il tuo volto misericordioso
e offrendomi la tua amicizia.
Non sei un Dio lontano, astratto:
sei un Dio comunione
che liberamente si dona
e chiede anche a noi di donarci.

Tu sei il volto luminoso del Padre
che ama sempre i suoi figli.
In te posso ritrovare
il filo perduto dell'amicizia originaria
e sperimentare la riconciliazione
con Dio e con i fratelli.


(don Canio Calitri)
 

 Veni, Sancte Spiritus, Veni, per Mariam.

 

 

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Nessuno è talmente avanzato nella conoscenza delle scritture da non poter ulteriormente progredire…poiché esse, anche quando sono spiegate in diverse maniere, conservano sempre occulti segreti” (san Gregorio Magno)

Proseguiamo la serie di lectio tratte da episodi del Vangelo di Matteo, nei quali il filone comune è la fede: fede povera, fede vacillante, fede messa alla prova, ma anche fede grande e fede vissuta nel quotidiano.

 Queste riflessioni sono liberamente tratte da alcune lectio di padre Innocenzo Gargano, monaco camaldolese.

 Buona meditazione e buona preghiera.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LECTIO Apro la Parola di Dio e leggo in piedi i brani che mi vengono proposti.    (Matteo 25,31-46)

 

« 31Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. 32Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, 33e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. 34Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, 35perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, 36nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. 37Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? 38Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? 39Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. 40E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. 41Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, 42perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, 43ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. 44Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. 45Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. 46E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna ».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

MEDITATIO   Seduto, rileggo la Parola per più volte, lentamente. Anche la lettura della Parola di Dio è preghiera. Siamo entrati in quella zona più sacra e più lunga del nostro Ritiro On Line: il grande silenzio !  Il protagonista è lo Spirito Santo.

 Il modo migliore per assaporare un brano delle Scritture è accoglierlo in noi come un cibo nutriente per il nostro spirito, è avere la certezza che sia Dio a volerci parlare per farci entrare nelle dimensioni del suo disegno di amore e di salvezza. Se ascoltiamo attentamente la Parola potremo entrare in un rapporto vivo con il Padre, per lasciarci plasmare dal suo stesso "cuore".

 

 

LE OPERE DELL’AMORE      

« “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare,

o assetato e ti abbiamo dato da bere? »

(Mt 25,31-46)

 

Quale l'esatto contesto?

Questo testo, vero capolavoro dell'evangelista Matteo, corrisponde alla parte conclusiva dei cinque grandi discorsi di Gesù, attraverso i quali si esprime una profonda coincidenza con i primi cinque libri del Primo Testamento. Da questo momento in poi si apre l'ultima parte del Vangelo secondo Matteo che comprende il racconto della passione e l'annuncio della risurrezione di Cristo. 

Non è facile comprendere l'esatto contesto nel quale è articolato questo discorso conclusivo; vi sono diverse ipotesi possibili.

Potrebbe essere la risposta  dell'evangelista  all'interrogativo dei membri della comunità nei confronti degli altri popoli, ovvero di tutte quelle genti che non avrebbero avuto la possibilità di incontrarsi direttamente con il vangelo predicato dagli apostoli. Attraverso questo discorso, dunque, l'evangelista affermerebbe  che gli altri popoli  si incontreranno comunque con Cristo, ma passando attraverso la mediazione di tutti coloro che sono poveri e bisognosi. Quindi anche i popoli che non fossero stati raggiunti dalla predicazione del Vangelo avrebbero avuto una via particolare e specifica per entrare in relazione con Colui nel quale, unico, è la salvezza. Questa è una prima  ipotesi. 

La seconda ipotesi identifica i poveri con i portatori del Vangelo. In questo caso la pagina assume un'altra colorazione: le genti, tutte le genti, sarebbero state giudicate in base al tipo di accoglienza riservata ai fratelli miei più piccoli (v. 40), identificati con i portatori del vangelo. In questo caso tutti i poveri e i bisognosi cui si fa riferimento, sarebbero identificabili con la  Chiesa nel suo insieme. Il mondo sarebbe stato giudicato insomma in base all'accoglienza o al rifiuto che avrebbe dato agli inviati dal Signore. Questa seconda ipotesi corrisponde ad un altro interrogativo, presente all'interno della comunità, che nasceva dalla constatazione del fatto che non tutti accoglievano gli inviati del Signore, mostrando di rifiutare, in tal modo, il dono e i portatori del dono nello stesso tempo. 

Una terza ipotesi considera la pagina come diretta a tutti indistintamente, non solo a tutte le genti che si trovano al di fuori di Israele, ma semplicemente a tutti, dentro o fuori della Chiesa e del popolo eletto. In questa visione apocalittica tutti indistintamente sarebbero stati chiamati a rispondere della loro fede manifestata nella concretezza delle opere:

« Non coloro che dicono: Signore, Signore, ma coloro che fanno la volontà del Padre » (Mt 7,21). 

In tal modo sarebbe sottolineata l'importanza di armonizzare la mente col cuore, per far coincidere l'interiore adesione al Vangelo con l'esplicitazione esteriore manifestata dall'agire.

Questa ipotesi collega l'evangelista Matteo ad una precisa tradizione di Israele, in cui venivano distinti due atteggiamenti concreti nel proprio rapporto con Dio: l'uno chiamato atteggiamento del patto e l'altro dell'alleanza. Nella tradizione che privilegia il patto la benedizione di Israele è strettamente collegata ad una corrispondenza alla proposta del Signore, che si esplicita attraverso azioni concrete:

« Io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza, amando il Signore tuo Dio, obbedendo alla sua voce e tenendoti unito a lui, poiché è lui la tua vita e la tua longevità, per poter così abitare sulla terra che il Signore ha giurato di dare ai tuoi padri, Abramo, Isacco e Giacobbe » (Dt 30,19b-20).

In  questa  prima  tradizione  la  benedizione di Dio è strettamente collegata all'impegno dell' uomo, in base al quale Dio successivamente realizza la sua promessa.   

La tradizione dell'alleanza, invece, che nel Nuovo Testamento è sottolineata soprattutto da Paolo, non collega la benedizione di Dio e la salvezza dell'uomo alla risposta di quest'ultimo, ma solo alla fedeltà di Dio alla parola data. Dio si impegna a benedire il popolo, senza sottomettere la benedizione all'osservanza della Legge, ma solamente alla Sua fedeltà alla parola data. Dio si impegna a rimanere fedele malgrado la possibile infedeltà umana.

Il Sal 89 (88) esprime molto bene questa diversa ottica del rapporto tra Dio e l'essere umano, non legato alla risposta più o meno adeguata dell'essere umano stesso: 

« 20Un tempo parlasti in visione ai tuoi fedeli, dicendo:

«Ho portato aiuto a un prode, ho esaltato un eletto tra il mio popolo.

21Ho trovato Davide, mio servo, con il mio santo olio l’ho consacrato;

22la mia mano è il suo sostegno, il mio braccio è la sua forza.

23Su di lui non trionferà il nemico né l’opprimerà l’uomo perverso.

24Annienterò davanti a lui i suoi nemici e colpirò quelli che lo odiano.

25La mia fedeltà e il mio amore saranno con lui e nel mio nome s’innalzerà la sua fronte.

29Gli conserverò sempre il mio amore, la mia alleanza gli sarà fedele.

30Stabilirò per sempre la sua discendenza, il suo trono come i giorni del cielo.

31Se i suoi figli abbandoneranno la mia legge e non seguiranno i miei decreti,

32se violeranno i miei statuti e non osserveranno i miei comandi,

33punirò con la verga la loro ribellione e con flagelli la loro colpa.

34Ma non annullerò il mio amore e alla mia fedeltà non verrò mai meno.

35Non profanerò la mia alleanza, non muterò la mia promessa.

36Sulla mia santità ho giurato una volta per sempre: certo non mentirò a Davide. » 

(vv. 20-25.29-36). 

In questa seconda prospettiva la benedizione non è dunque legata alla risposta più o meno adeguata dell'uomo, ma semplicemente alla fedeltà di Dio a se stesso.

Matteo sottolinea la prima impostazione, ma non bisogna dimenticare che i Vangeli devono essere letti nella loro integrità, perché sono tetramorfi. Non è corretto estrapolare dal Nuovo Testamento un Vangelo soltanto per farne una sorta di manifesto programmatico. Si rischierebbe infatti in questo modo di essere unilaterali nella comprensione del Vangelo e di ridurlo a puro proclama moralistico-sociale.

 

I gesti  della misericordia

Entrando più profondamente nella comprensione del testo, dovremmo considerarlo come rivolto alla comunità nel suo insieme, all'interno della quale ormai tutti i popoli si sono ritrovati. In quel “raduno di tutti i popoli” (v. 32), non bisognerebbe riconoscere soltanto i pagani, ma tutti coloro che si ritrovano all'interno della comunità cristiana. Hanno ricevuto in dono la bella notizia, e adesso cercano di vivere ciò che sono. In realtà siamo messi di fronte a quelle attività  che  nella  tradizione  cattolica  sono definite « opere di misericordia corporale », e che esprimono la riconoscenza del credente per il dono di una presenza reale del Signore nei poveri e genericamente nel  prossimo.  

All'interno  di  queste « opere di misericordia » si concretizza ciò che è celebrato nella liturgia eucaristica. L'impegno per gli altri fa rivivere infatti ciò che il Signore stesso ha vissuto:

« Il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me ».

(l Cor 11,23-25).

Il comando suppone ovviamente la  ripetizione del gesto rituale, così in ogni caso l'ha recepito la Chiesa fin dalle prime generazioni, tuttavia esso non si riduce tutto al rito di prendere il pane e spezzarlo, nella convinzione che quel pane sia anche il corpo del Signore, ma consiste anche nello spezzare se stessi come lui si è spezzato per noi quando ha detto: Questo è il mio corpo dato per voi, questo è il mio sangue versato per voi. È un misteriosissimo scambio. Nel momento in cui il credente si dà ai bisognosi è il Signore stesso che si offre con lui, mentre nel medesimo tempo riconosce in coloro ai quali egli si rivolge la presenza del Signore che gli chiede il dono del suo amore. Uno  scambio  di  presenza:  mentre  noi  ci diamo agli altri, siamo per gli altri la presenza di Gesù che spezza il Suo corpo e versa il Suo sangue, ma nello stesso tempo, all'interno di questo gesto, scopriamo che lui di fatto si lascia amare e ritrovare in coloro che hanno bisogno di noi. Una reciprocità di presenza e di testimonianza, vissuta tutta all'interno di uno  sguardo di fede che crea  stupore:

« Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? » (v. 37). « Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli » (v. 40). 

Dunque questo è il primo invito: la vita quotidiana del credente si svolge all'interno di una presenza data e ricevuta nello stesso tempo; nel momento in cui noi diamo testimonianza della Sua presenza in noi, riceviamo la testimonianza della Sua presenza in coloro ai quali ci siamo legati attraverso l'amore.

 

Si rivelerà nel trono della sua gloria

Entriamo nelle singole parti di questo testo, che è costruito in maniera tale da essere facilmente memorizzato. È il capolavoro di Matteo: si tratta di un testo che può essere immediatamente riproposto perché gli elementi nuovi sono minimali e si richiamano in modo molto elementare fra loro, basta aggiungere un «non» e si ripete tutto: prima una affermazione positiva, poi  una negativa ed una conclusione. Dal punto di vista retorico è una pagina  bellissima.

L'inizio risponde a una domanda: Che cosa succederà alla fine dei tempi? Il contesto pertanto è apocalittico, riguarda gli ultimi tempi, ma d'altra parte sappiamo che questi, nella visione sinottica, sono già presenti. Quindi la risposta non si riferisce solo agli ultimi tempi che dovranno arrivare alla fine della storia, ma anche agli ultimi tempi che sono già iniziati, la frase iniziale si potrebbe dunque tradurre così:

« Quando viene il Figlio dell 'uomo nella sua gloria con tutti i suoi angeli si siede sul trono della sua gloria » (v. 31) . 

Del termine « gloria » è molto difficile renderne una spiegazione del tutto semplice; noi siamo abituati ad identificarla con l'onore, con l'apoteosi di un imperatore che è esaltato perché è diventato il pantocrator, il reggitore di tutto, il padrone della vita e della morte. Certamente questa visione è presente nel testo, poiché si tratta di un modo molto esplicito di riconoscere la signoria del Figlio dell'uomo, al quale Dio ha concesso di giudicare il mondo. Davanti al Figlio dell'uomo sono aperti i libri sui quali è scritto il comportamento umano e in base ad essi amministrerà la sua giustizia. Dunque certamente la visione apocalittica è il giusto contesto nel quale porre questa pagina, quasi come un invito a prepararsi adeguatamente per comparire al cospetto di Colui che è il giudice definitivo.

Un giudice accompagnato poi dalla sua corte, composta dai suoi messaggeri che portano continuamente davanti al trono del Figlio dell'uomo il comportamento di tutti gli uomini, collegandolo continuamente con il giudizio di Dio. Gli angeli sono probabilmente gli stessi di cui Matteo aveva parlato nel cap. 18, quando a proposito dei piccoli che non devono essere scandalizzati aveva detto che « i loro angeli sono sempre davanti al volto di Dio ». In ogni caso si tratta di esseri che permettono la verifica davanti al trono di Dio di ciò che è stato definito sulla terra.

 

Giudicati alla luce della  croce

La gloria, in ogni caso, non è solo questo, ma anche qualcosa di molto più profondo. Essa richiama una sorta di « autogiudizio » che noi stessi compiamo nel confrontarci con la sua gloria. Ma a questo punto si tratta della gloria di colui che è stato crocifisso, di colui che ha tanto amato il mondo da dare la propria vita per quella del mondo. E allora questo trono di gloria si rivela essere niente altro che la croce di Cristo di fronte alla quale ogni essere umano misura il proprio limite, il proprio fallimento e la propria risposta al  Signore. 

Ricorrendo a Luca si potrebbe scoprire che le folle venute da Gerusalemme verso il Golgota furono poste di fronte allo spettacolo di Cristo crocifisso e che, alla vista di un simile evento epifanico della gloria di Dio, ritornano a casa battendosi il petto (Lc 23,48). Il trono della gloria una volta identificato con la croce di Cristo, diventerebbe allora luce che fa riconoscere il limite creaturale convincendo l'essere umano del proprio peccato.  

Lasciandoci aiutare da Marco potremmo vedere infine nel Figlio dell'uomo innalzato nella sua gloria, colui nel quale il centurione riconosce, senza alcun dubbio ormai, come il Figlio di Dio. I quattro Vangeli uniti insieme mettono così in luce il nostro cuore, il nostro segreto personale, così che il Figlio dell'uomo non dovrà fare altro che mettere  tutti  di fronte  alla  constatazione della scelta già compiuta da ciascuno:

« Saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli distinguerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri » (v. 32). 

Il suo giudizio non è altro che una constatazione. Ciascuno già sente dentro di sé il luogo al quale appartiene perché è stato posto di fronte alla croce gloriosa di Cristo e ha dovuto ammettere la propria personale verità. Allora Colui che si è presentato come giudice, si manifesta adesso come pastore, distinguendo tra coloro che appartengono alla destra e coloro che appartengono alla sinistra. Nel contesto della cultura ebraica ciò significa per i primi essere fra coloro che sono dalla parte della benedizione, della forza, della benevolenza; e per i secondi fra coloro che sono dalla parte della  condanna  e  della  discriminazione negativa. 

Infine il Figlio dell'uomo, che si è rivelato come giudice e come pastore, si rivela anche come  re. In realtà il testo ci pone di fronte ad una progressiva comprensione dell'identità del Figlio dell'uomo, il quale rivela infine la propria dignità di re verso coloro che sono stati posti alla sua destra, e perciò stesso sono entrati in un rapporto di con-naturalità, di consanguineità con colui che si era manifestato  sul trono della gloria:

« Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: venite benedetti dal Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dall 'origine del mondo » (v. 34).

Fin dall'origine del mondo Dio ha pensato che coloro i quali confrontandosi con il Figlio dell'uomo intronizzato nella sua gloria avessero avvertito una connaturalità con lui, avrebbero ricevuto in dono la sua stessa dignità regale. Proprio questo è il premio: essere messi a parte della stessa dignità di Colui che prima si è manifestato come Figlio dell'uomo, poi come giudice, poi come pastore nella linea di Davide, e finalmente in modo esplicito si è rivelato nella piena dignità di un re. Quella stessa dignità straordinaria che ricevono ora coloro che si sono connaturati a lui.

 

Rivestiti  di dignità regale

La seconda Lettera di Pietro, proprio all 'inizio, mostra che in tutto questo è racchiuso il dono più grande che possa augurarsi una creatura: essere partecipe della natura divina.

« La sua potenza divina ci ha donato tutto quello che è necessario per una vita vissuta santamente, grazie alla conoscenza di colui che ci ha chiamati con la sua potenza e gloria. Con questo egli ci ha donato i beni grandissimi e preziosi a noi promessi, affinché per loro mezzo diventiate partecipi della natura divina, sfuggendo alla corruzione, che è nel mondo a causa della concupiscenza. » (2Pt 1,3-4).

Questa affermazione riveste una grandissima importanza nel contesto mediterraneo in cui è stata prodotta  quella pagina  della seconda Lettera di Pietro, e che ha origini remotissime: presente nella cultura greca fin dal tempo di Anassagora è poi rintracciabile in Platone, in Socrate e successivamente in tutti i grandi Padri che trovano un culmine nello Pseudo-Dionigi l'areopagita verso la metà del V secolo: essere partecipi della natura divina, quindi condividere la stessa dignità, la stessa regalità che è propria di chi è figlio di un re. Dio ci ha creati perché fossimo elevati alla sua stessa dignità, basta pensare al bellissimo prologo della Lettera agli Efesini:       

« In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci ad essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito  della sua  volontà » (Ef  1,4). 

È proprio questa benedizione, ciò di cui parla Matteo. Il commento più appropriato alla pagina di Matteo si trova infatti proprio nel prologo della Lettera agli Efesini. Dobbiamo ricordare che Matteo rientra in modo esplicito nell'ottica del patto, ma questa deve poi essere integrata con quella di Paolo, che parla piuttosto di alleanza e non di patto.

In ogni caso questi sono i modi concreti attraverso i quali le nazioni sono invitate a scoprire la propria strada, per essere poi rese partecipi della stessa dignità di Dio: avere occhi per vedere chi ha fame, chi ha sete, chi è nudo, chi è pellegrino, chi è ammalato e chi è in carcere, scoprendo in filigrana in tutti costoro la presenza di Cristo  stesso.

 

Quando?

La reazione dei destinatari indica la difficoltà di compiere questo cammino:

« Quando ti abbiamo visto affamato  e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo  ospitato  o nudo  e  ti abbiamo  vestito? »  (v. 37).

La risposta rimanda con semplicità al quotidiano cammino del credente, quasi Matteo volesse parlare alla nostra società secolarizzata, dove non si ha tempo per approfondire tutto questo e quel poco tempo che abbiamo lo vogliamo vivere nella pratica concreta, nei fatti, negli interventi specifici. Potrebbe essere la pagina dell'uomo secolare oppure, come diceva Karl Rahner, del cristiano anonimo.

Dunque ci sono strade che sono nascoste alla nostra consapevolezza esplicita, e che tuttavia non meno delle altre, delle quali abbiamo consapevolezza esplicita, conducono di fatto al Signore. Sono strade che hanno bisogno di concretizzazioni specifiche, non sono astratte, ma ben precise ed estremamente concrete, legate alla ferialità, alla quotidianità, che poi è la strada comune a tutti. Il riferimento infatti è universale. Non tutti forse hanno la possibilità di riflettere su ciò che fanno, ma nessuno agisce senza una convinzione profonda, più o meno avvertita, più o meno esplicita. Se c'è una sintonizzazione, una connaturalità, questa suppone qualcosa che  può anche sfuggire alla nostra riflessione, ma che non per  questo è meno vera.

« Rispondendo il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose ad uno solo dei miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me » (v. 40).

Questa risposta è il tesoro che tutti sono invitati a portare con sé come viatico per il seguito della propria vita. È un invito a rivivere nella propria esistenza la spoliazione che il Figlio dell' uomo ha mostrato quando, non considerando come un tesoro geloso la sua regalità, svuotò se stesso, si annientò, sottomettendosi nella forma dell'uomo e nella forma di servo all'obbedienza fino alla morte di croce. Questo è ciò che è indicato da Matteo:

« renditi consanguineo dei tuoi fratelli fino in fondo, condividendo la loro situazione  di gente senza potere, che non serve a nessuno, che agli occhi del mondo non vale nulla. Quando vi sarete svuotati anche voi, adeguandovi ai minimi, allora sappiate che vi siete assimilati a me ».

È dunque una strada molto esigente. Matteo non propone semplici pratiche o comportamenti etici che si possono addizionare e dalla cui somma possiamo poi ricavarne un premio. È esattamente il contrario, è l'invito a svuotarsi, impoverirsi, annichilirsi, annientarsi, perché là dove finalmente ci identifichiamo con gli ultimi, là scopriamo Colui che si è fatto ultimo: « Chi vuole esser il primo fra di voi si faccia l'ultimo di tutti ».

Dunque la strada per essere elevati alla stessa dignità del Figlio del re non è diversa dalla strada che ci ha indicato lui, e che indica il modo concreto di scendere questi gradini nelle « opere di misericordia ». Questi sono i gradini che siamo invitati a discendere, per poterci incontrare con colui che ci ha già preceduti in questa strada di abbassamento e di umiliazione. Non dunque opere meritorie, ma invito a seguire la strada indicata da lui. L'unica strada per ascendere fino al trono della sua gloria è la strada che discende fino al massimo dell'umiliazione e dell'annientamento, che fu la strada percorsa da Gesù Cristo.

 

L'urgenza di decidersi

Di fronte a tutto questo, coloro che non si sono lasciati affatto scomodare nella loro posizione, dall'esempio dato da lui, né hanno ritenuto opportuno incamminarsi  sulla strada indicata  da lui e discendere in questa scala per la quale è disceso lui fino agli inferi, è ovvio che rimangano fuori da ciò che può essere raggiunto soltanto attraverso quella strada.

Non vi siete lasciati provocare dalla proposta del Figlio di Dio, che ha condiviso la situazione umana fino alla morte, e allora non avete neppure potuto trovare la strada che risale verso di lui, verso la dignità dei figli di Dio. Vi ritrovate nella lontananza da me, perché l'avete scelta. Ricordiamo ciò che è stato detto all'inizio: il giudizio è un autogiudizio, perché deriva dal confronto con questo trono di gloria identificato con la croce e di fronte al quale ciascuno  rivela  la  propria verità personale. Tutti coloro che non hanno voluto coinvolgersi nel cammino di abbassamento che era stato il Suo cammino, si ritrovano nella lontananza, in compagnia di colui che ha scelto volontariamente di essere lontano da Dio: il diavolo e i suoi angeli:

« E se ne andranno, questi al supplizio eterno, ed i giusti alla vita eterna » (v. 46). 

È molto misterioso il significato di questi due termini (“supplizio eterno” e “vita eterna”). Certamente esso si riferisce ad una diversa qualità che emerge dalla distanza esistente tra coloro che sono stati elevati alla dignità regale nella figliolanza e coloro che invece sono stati lasciati nella loro situazione creaturale di persone legate ai parametri e quindi anche ai limiti, creaturali.

Ovviamente chi è lontano da questa dignità regale che è propria dei figli di Dio, sente tutto questo come una lacerazione interiore. Soffrono perché si rendono conto di aver perduto l'occasione di incamminarsi sulla strada che li avrebbe condotti ad essere partecipi della natura divina, e si sono ritrovati soli con se stessi.

La distanza diventa allora una divaricazione insuperabile e dunque una qualità. Che poi tutto questo sia stato interpretato anche come  « eternità » in senso temporale è solo una deduzione. In realtà si tratta di una scelta qualitativa, di fronte alla quale è posta ogni  creatura.

Dunque noi abbiamo qui in questa vita, con tutti i rapporti che essa impone, l'occasione unica e propizia per decidere se vogliamo seguire Gesù fino alla sua umiliazione e così essere ammessi a partecipare della natura divina. Ma se vogliamo possiamo anche ignorare completamente tutto ciò che è proposto attraverso il Vangelo, per vivere chiusi all'interno del nostro egoismo. Le conseguenze, però in questo secondo caso, si rivelano estremamente serie. Una grossa  responsabilità per tutti e per ciascuno di noi.

 

…ma, per nostra fortuna, il Signore nel Salmo 89 che abbiamo letto più sopra, ha anche detto:

« Ma non annullerò il mio amore e alla mia fedeltà non verrò mai meno.  » !

…una possibilità, nonostante tutto, potrà esserci anche per noi…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ORATIO Domando umilmente di poter essere coerente con le indicazioni emerse dalla meditatio. Esprimo fede, speranza, amore. La preghiera si estende e diventa preghiera per i propri amici, per la propria comunità, per la Chiesa, per tutti gli uomini. La preghiera si può anche fare ruminando alcune frasi del brano ripetendo per più volte la frase/i che mi hanno fatto meditare.

Gesù, il tuo è regno di giustizia,

di amore e di pace,

è il mondo nuovo dove non ci sarà più

né fame, né sete,

dove non ci sarà più la malattia

e nessuno sarà straniero

o stretto dai lacci della schiavitù.

Fa, o Gesù, che io ti riconosca e ti serva

nel povero e nel debole,

nella persona sola

e nell’anziano abbandonato,

nel parente scomodo

e nell’ammalato insofferente.

Signore, ti prego, 

mostrami la tua misericordia.

(don Canio Calitri)

 

 

 

 

 

 

 

 

CONTEMPLATIO     Avverto il bisogno di guardare solo a Gesù, di lasciarmi raggiungere dal suo mistero, di riposare in lui, di accogliere il suo amore per noi. È l’intuizione del regno di Dio dentro di me, la certezza di aver toccato Gesù.  È Gesù che ci precede, ci accompagna, ci è vicino, Gesù solo! Contempliamo in silenzio questo mistero: Dio si fa vicino ad ogni uomo!

 

Per Cristo, con Cristo e in Cristo a te, Dio Padre Onnipotente,  

nell’unità dello Spirito Santo,

ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli.  Amen

 

 

 

 

 

 

 

 

ACTIO     Mi impegno a vivere un versetto di questi brani, quello che mi ha colpito di più.

Si compie concretamente un’azione che cambia il cuore e converte la vita. Ciò che si è meditato diventa ora vita!

Prego con la Liturgia delle Ore, l’ora canonica del giorno adatta al momento.

Concludo il momento di lectio recitando con calma la preghiera insegnataci da Gesù: Padre Nostro...

Arrivederci!  

 

(spunti liberamente tratti da alcune lectio di padre Innocenzo Gargano, monaco camaldolese)